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Lettera dell'INTERCONFERENZA al Ministro Gelmini

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Atti e documenti ufficiali - Atti e documenti ufficiali

Ill.mo Sig. Ministro dell'Istruzione, dell’Università e della Ricerca On. Mariastella Gelmini Roma, 10 novembre 2008  

Caro Ministro,

 il Coordinamento Nazionale delle Conferenze dei Presidi di Facoltà (Interconferenza), riunito a Roma il 10 novembre 2008, ha valutato la situazione dell’Università e le iniziative politiche da Lei attivate, dandole atto di un impegno evidente nell’affrontare i problemi. Ma il contesto in cui si muove l’iniziativa politica di riordino delle criticità del sistema è tale da determinare una netta presa di posizione dei rappresentanti dei Presidi delle Facoltà italiane.   

Anzitutto, rivendichiamo l’orgoglio di docenti, ricercatori e addetti ai processi formativi in un paese che ha spesso dedicato solo promesse elettorali e vaghi riconoscimenti retorici della centralità della conoscenza e del capitale umano. Prendendo spunto, ad esempio, dalla tematica più accesa sui media – quella dei concorsi – ribadiamo che, rispetto a tanti altri settori della società, il mondo universitario è quello caratterizzato dal maggior numero di prove per l’accesso e la progressione in carriera. Ma certo non è solo questo che motiva la nostra rivendicazione di identità. C’è ben altro: la qualità dei processi formativi e la continuità di offerta istituzionale è stata in questi decenni garantita anche a fronte di un continuo e quasi ossessivo impulso riformatore. Il lavoro è continuato nonostante le sabbie mobili di riforme incalzanti, spesso caratterizzate da una rapida data di scadenza.

 Nonostante queste difficoltà strutturali, evidenti a tutti nei parametri di investimento delle leggi finanziarie, processi di cambiamento sono stati avviati e meriterebbero ben altra attenzione da parte della politica e dell’opinione pubblica. E’ certo che tali processi non sono sufficienti anche perché danno risultati differiti nel corso del tempo. La strada da intraprendere sarebbe allora quella ripetutamente promessaci della manutenzione dei processi; non la scorciatoia delle inaugurazioni. Ed ecco invece che, in questo contesto, si attivano modifiche per via di decreto legge su temi rilevanti, in un clima in cui la naturale dinamica di rapporti tra le istituzioni dell’Università, i suoi organi rappresentativi e l’approntamento delle politiche pubbliche sembra smarrirsi, acutizzando una divaricazione resa più aspra dalla mancata convocazione del tavolo tecnico di consultazione. Non accettiamo che l’emergenza alimentata dalle campagne stampa sia un elemento di influenza su un sistema delicato come quello dell’alta formazione. Tanto più in un momento in cui il clima nelle Università esige un impegno responsabile da parte di tutti.  

La consapevolezza di questo stato di cose non inficia la necessità di dare razionalizzazione a un sistema che ha bisogno di respiro e di certezze, e dunque l’Interconferenza condivide le linee di razionalizzazione della didattica, la semplificazione dei titoli e dei corsi, una più stringente politica di chiarezza e trasparenza nell’insegnamento, a vantaggio degli studenti e del loro destino sociale. Non dimentichiamo tuttavia che alcuni dei nodi su cui è più esasperata l’attenzione mediatica rimandano a responsabilità della politica: basti pensare alla proliferazione dei corsi e delle sedi decentrate, sulla quale si può redigere una mappa puntuale di pressioni politiche e lobbies locali, anche se  l’Università in diversi casi ha la colpa di non aver saputo contrastarle.

Anche sulla questione della proliferazione dei corsi e degli insegnamenti è paradossale che la politica non si accorga che l’attenzione mediatica si eccita proprio dopo che l’Università ha avviato un programma di riduzione dell’offerta e di rafforzamento degli asset formativi. Mai è capitato di leggere in questi tempi che l’ipertrofia di corsi e insegnamenti è alle nostre spalle. Oggi non appare evidente il trend al ridimensionamento, solo perché gli effetti del D.M. 270, così come quelli della condivisa logica dei requisiti necessari all’attivazione dei corsi sono differiti ovviamente nel tempo. La stessa logica di una più stringente proporzione tra requisiti delle sedi e offerta didattica sarebbe stata irrealizzabile senza un pieno coinvolgimento dell’Università, realizzato anche grazie a un sapiente lavoro della CRUI, del CUN, delle autonomie universitarie e dei Presidi di Facoltà.

Al di là dei clamori giornalistici, tuttavia, attendiamo con interesse le Linee guida che Lei vorrà emanare e le valuteremo con l’attenzione di sempre.

  

Nel caso specifico della modifica delle procedure concorsuali, l’Interconferenza conferma la condivisione di una linea che punti a rafforzare trasparenza e qualità, richiamando le posizioni già espresse a favore di concorsi nazionali, e nella piena condivisione delle posizioni recentemente ribadite dal Consiglio Universitario Nazionale. È uno spreco non aver colto che su questo punto stava maturando un largo e prezioso consenso.

A fronte di ciò, sentiamo però di dover denunciare con forza l’idea di vedere nell’attuale normativa una fonte di iniquità e “corruzione”. Sarebbe una grave delusione se la politica subisse le opinioni di editorialisti evidentemente estranei alla vita universitaria (basta osservare la totale incapacità di far riferimento a dati attendibili, anche nei pezzi redatti da firme di docenti) che porta con sé il rischio di trafugare per novità meccanismi già sperimentati nei concorsi del passato come il sorteggio. Almeno noi non dimentichiamo che esso è stato vituperato e superato a suo tempo in nome di una battaglia per la qualità e la responsabilizzazione dei docenti. Non è roba nuova e stupisce che giornali compiacenti abbiano invece scorto una “nuova era dei concorsi”. Ma comunque da sola non esclude la possibilità di concorsi non trasparenti.

Sulle norme relative al reclutamento, l’Interconferenza segnala che il superamento del concorso vero e proprio, con la valutazione imperniata esclusivamente sui titoli, non garantisce automaticamente da eventuali condizionamenti definiti baronali. Paradossalmente li enfatizza, ma più in generale sembra difficile pensare che questa audace scelta tecnica possa impedire la vittoria dei candidati che meno assicurano un processo di svecchiamento della docenza.

Quanto ai concorsi per la progressione di carriera, è anzitutto difficile accettare una modificazione delle regole e dei tempi quando essi sono state legittimamente assunti dalle Facoltà nell’ambito della propria pianificazione didattica, e tenendo conto di legittimi diritti acquisiti da chi negli atenei vive e lavora. Non vorremmo che la soggezione alle campagne emergenziali comprometta una scelta largamente consensuale, che sarebbe però ben più universalistica se indirizzata ai concorsi non ancora banditi.

Per di più, l’Interconferenza, nel rispetto delle proprie responsabilità istituzionali, deve segnalare il rischio che il differimento delle votazioni preluda a un blocco di fatto. Esso sarebbe certamente involontario rispetto al progetto sottostante, ma il rischio è tecnicamente plausibile grazie alla difficoltà di costituire commissioni con il meccanismo tecnico adottato (il triplo dei commissari per il sorteggio), in presenza di settori la cui struttura renderà inevitabile il ricorso a numerose e costose elezioni suppletive. Questo rischio di sprechi economici si somma alla circostanza incomprensibile di aver deciso di deliberare sui concorsi aperti a tre giorni di distanza da un’elezione progettata per la data di oggi, con chiaro pregiudizio dell’azione amministrativa ed un rilevante spreco di risorse economiche per esse investite.

Non può neanche passare sotto silenzio la scelta di escludere i professori associati e i ricercatori dalle votazioni in cui erano attualmente coinvolti (concorsi per associati e ricercatori). La mancata motivazione di questa scelta autorizza a pensare che per ridurre il potere dei baroni sia stata individuata la strada più semplice: coinvolgere solo loro.

  

Non ci sfugge tuttavia che una politica va valutata nel contesto sistemico dei provvedimenti che adotta, e dunque ci ripromettiamo un intervento meditato e attento nei confronti delle Linee guida che Lei vorrà indicare al mondo universitario e all’opinione pubblica. Ma noi non ci sentiamo solo un target del pubblico a cui il Ministro invia messaggi. Siamo un pezzo decisivo dell’Università, della sua vita e del suo funzionamento. Non vogliamo essere solo ascoltatori, anche perché in questi anni abbiamo dato prova di essere interlocutori strategici di qualunque processo di riforma e di cambiamento. Potremmo dire, anzi, che siamo tra quanti più hanno dovuto sottoporsi alla fatica del riformismo: non quello declamato, ma quello degli atti concreti e del lavoro quotidiano. Per questa sensibilità e storia, chiediamo al Ministro di considerare con attenzione le conseguenze della scelta dei decreti come forma di intervento sull’Università, così come il clima di attacco indiscriminato dei media. Avrebbe meno fortuna se non trovasse echi nella politica e nelle istituzioni. È dunque la cultura del confronto che rivendichiamo, quella tra l’altro scelta da un Suo predecessore per la riforma della didattica, su cui si fonda l’attuale politica di razionalizzazione dell’offerta. La riattivazione del tavolo tecnico è, in questi tempi e condizioni, un primo segnale per contrastare la demotivazione e il disimpegno, e restituire voce alle istituzioni universitarie.

  

Con un cordialissimo saluto di buon lavoro

  I Presidenti delle Conferenze dei Presidi

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