Intervista alla preside Pecchioli
Perché, a suo avviso, del Rettore e del Senato accademico, l'Ateneo fiorentino si è ritrovato per il 2009 un passivo di 35 milioni di euro? Come è stato possibile che dal bilancio conclusivo del 2008 siano invece risultati 10 milioni in attivo, come ha riferito all'ultimo Consiglio di Facoltà?
La verifica che gli uffici stanno effettuando in questi giorni, in previsione del bilancio consuntivo del 2008, dimostra che si sono risparmiati 10 milioni di euro rispetto a quanto era stato previsto l’anno scorso; naturalmente questi soldi possono essere trasferiti sul bilancio del 2009, per cui il fabbisogno aggiuntivo rispetto alla disponibilità, che era stato ipotizzato in 35 milioni scende a 25. Ovviamente però bisognerà trovare la copertura anche di questi 25 mln.
Ma questa mancanza è strutturale, cioè si è ripetuta per più anni consecutivi?
Beh, io sono Preside da quattro anni, perciò posso parlare con maggiore cognizione di causa per questo periodo, ma credo che l’origine del problema risalga abbastanza indietro nel tempo. Al momento dell’adozione dell’euro da parte dell’Italia, il governo Prodi fece una finanziaria, che doveva avere valenza solo per quell’anno, secondo la quale alle Università non veniva trasferito l’adeguamento degli stipendi sul FFO. Il problema è che questo provvedimento, che in un primo momento sembrava fosse limitato nel tempo solo a quel periodo in cui mancavano i soldi, è stato ripetuto di anno in anno, fino a diventare strutturale. Quindi da molti anni nell’FFO mancano all’appello gli adeguamenti, si calcola dai 6 agli otto milioni di euro l’anno.
Quindi è questa l’unica ragione del bilancio passivo?
È una ragione, non l’unica. Va anche considerato l’investimento edilizio per le aree di Novoli e di Sesto Fiorentino, a copertura del quale ci furono anche degli incentivi ministeriali. Del resto un’Università che si definisca moderna non poteva permettersi di ospitare facoltà come Legge e Scienze Politiche in edifici come quelli di via Laura. Purtroppo non furono calcolati adeguatamente i costi di manutenzione…
Che sarebbero dovuti esser previsti dal Consiglio di Amministrazione?
Li avrebbero dovuti prevedere i costruttori, gli autori dei progetti ed il nostro Ufficio Tecnico.
Quindi semplicemente sono lievitati i costi, come spesso capita…
Esatto. La differenza fra il nostro Ateneo e quello di Siena- per parlare della realtà a noi più vicina- consiste nel fatto che là non sono stati fatti dei versamenti che dovevano esser fatti, e pertanto vi è probabilmente un elemento di illecito, un’azione penalmente rilevante; da noi sono semplicemente venuti a mancare i fondi, dovuta ad una sottovalutazione dei costi e degli effetti della decisione del Governo Prodi di non trasferire più gli incrementi stipendiali sul FFO. Ma non c’è stata nessuna azione illecita.
E in questa situazione così difficile come è stato possibile ottenere quei dieci milioni in più del bilancio 2008?
In primis, conoscendo le difficoltà del periodo, si è operato con molta attenzione per cercare di contenere le spese che, infatti, alla fine sono risultate inferiori al previsto; inoltre, a copertura del bilancio, erano state messe delle vendite immobiliari. Ora, dato che tali vendite si sono rivelate non necessarie alla copertura del bilancio di quest’anno- proprio perché le spese sono risultate inferiori- questi dieci milioni possono essere trasferiti sul bilancio del 2009.
Restano comunque da trovare altri 25 milioni di euro, e per far ciò si dovrà operare in due direzioni: da una parte individuare maggiori entrate, dall’altra cercare di risparmiare. Certamente questi “risparmi” sono pesanti, ma tollerabili se mirati ad un determinato scopo, e soprattutto se previsti per un periodo di tempo limitato. Se però dovessero diventare strutturali la situazione diverrebbe insostenibile. Per noi, come per qualunque altra Università italiana. Nessuna Università italiana può reggere la previsione della 133.
Neanche con l’intervento della Regione?
Dipende dal tipo di intervento che può esser fatto. Personalmente credo che la Regione non possa immettere denaro fresco in nessuna delle Istituzioni presenti sul territorio, anche perché, in questo momento di crisi economica generale, è chiaro che i soldi mancano a tutti.
Con la Regione sarà importante trovare un accordo di razionalizzazione per quanto riguarda l’istruzione superiore in Toscana. Un sistema integrato a livello regionale può essere positivo, soprattutto se la collaborazione si concentra sul dottorato di ricerca.
La legge 133 prevede che le Università possano trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Secondo Lei questa è una possibilità concreta e reale per il nostro Ateneo?
Nessuno vuole che l’Ateneo fiorentino diventi una fondazione privata. Se questo accordo con la Regione si svilupperà non è escluso che la Regione stessa entri nella gestione degli Atenei toscani; non so se anche in questo caso si debba parlare di “fondazione”, ma se si costituisse un sistema integrato tra Atenei e Regione è chiaro che quest’ultima dovrà essere rappresentata e coinvolta nella gestione delle Università.
Quindi anche nei Consigli di Amministrazione?
Certo, se si va in questa direzione sarebbe più che ragionevole. Ma in ogni caso questo è un progetto ancora in fase di elaborazione.
Quello che è certo è che le Fondazioni private nessuno le vuole. Soprattutto nessuno vuole un condizionamento da parte dei privati sulla ricerca e sulla didattica. Questo è fondamentale.
Nel resoconto del consiglio di Facoltà del 12/11/2008 tra le proposte si legge: “la revisione del sistema di contribuzione studentesca con l’introduzione di limiti legati al reddito familiare e al merito piuttosto che all’ammontare del FFO” Questo cosa significa, eliminare la soglia del 20% sul FFO e cercare nuovi parametri senza che vi sia un limite stabilito per legge a livello nazionale? Crede quindi in generale che gli studenti debbano contribuire al bilancio degli atenei in percentuale maggiore del 20% del FFO, o reputa che con altri parametri gli studenti andranno a contribuire in percentuale minore?
Il fatto è questo: il famoso tetto del 20%- provvedimento peraltro piuttosto lontano anche cronologicamente- ha creato diversi problemi a molti atenei (se guardate sul sito della MIUR potrete constatare come in diversi casi la soglia del 20% sia stata sfondata). In linea di principio, se l’FFO cresce ha un senso mettere un limite alla contribuzione studentesca; ma se l’FFO diminuisce, la contribuzione degli studenti diminuirà anch’essa proporzionalmente, a fronte di servizi che, invece, diventano sempre maggiori. Alcuni di noi- non tutti sono d’accordo- ritengono che gli studenti e le loro famiglie vogliano essere garantiti sul livello di contribuzione individuale: chi ha una famiglia con un reddito basso ha il pieno diritto ad avere un’istruzione universitaria con una contribuzione minima, mentre chi si trova in condizioni migliori potrà pagare di più. Io credo che bisognerebbe introdurre un sistema di contribuzione individuale che ponga un tetto ben proporzionato al reddito, piuttosto che stabilire un ammontare complessivo della contribuzione studentesca. Il tutto tenendo sempre presente che, in base alla Costituzione, devono essere esonerati i bisognosi ed i meritevoli.
In Italia la situazione politica è stabile, e non credo sarà messa in discussione molto presto; il progetto che sta alla base di questo taglio ai finanziamenti (non credo sia giusto parlare di “intervento”: l’unico intervento è il taglio stesso), che non è accompagnato da alcun provvedimento, se non quello di rafforzare le baronie (perché di fatto il decreto 180, quando parla dei concorsi, rafforza le baronie anziché combatterle, visto che lascia fare tutto agli ordinari), è quello di scardinare un determinato sistema di istruzione, spostandolo verso le fondazioni private, eliminando il valore legale del titolo di studio etc. Se tale progetto dovesse concretizzarsi tutte le regole che vigevano finora salteranno, compresa quella che fissa il limite del 20% alla contribuzione studentesca: è proprio per evitare che si arrivi a ciò che credo sia utile discutere per trovare un accordo generale. Rivedere le regole della contribuzione per salvare l’istruzione pubblica nel Paese secondo me ha un senso. L’alternativa è devastante.
Nello stesso documento c’è una tabella in cui sono riportati i dati relativi al personale docente: da essa si evince che dal 1999 al 2008 il numero dei ricercatori e degli associati è diminuito, mentre è aumentato quello degli ordinari. Certamente lo scatto di carriera costa di meno rispetto ad una nuova assunzione, ma non crede che questa possa essere una rinuncia a puntare sul futuro della ricerca? O anzi un ulteriore consolidamento delle fasce più tutelate?
Se osservate bene i dati noterete che gli avanzamenti di carriera si sono concentrati nei primi anni, dal ’99 al 2004, mentre successivamente l’investimento maggiore è stato sul reclutamento dei ricercatori e sul trasferimento di colleghi da altri atenei. Bisogna tenere conto che quando si è sbloccato il sistema dei concorsi venivamo da circa venti anni di blocco dei concorsi stessi: c’erano diversi colleghi che non avevano mai potuto vedersi riconosciuta la loro maturità scientifica (infatti è proprio la maturità scientifica che distingue le fasce, non l’anzianità: possono esserci persone pienamente mature dal punto di vista scientifico anche a 30 anni, per esempio perché hanno pubblicato opere riconosciute a livello nazionale ed internazionale). Quindi in quei vent’anni questi docenti si erano visti “bloccati” nelle loro fasce di origine, non essendoci stati più concorsi; per cui il grosso degli investimenti è servito a riconoscere a queste persone ciò che spettava loro di diritto. Il che è anche il motivo per cui si è “svuotata” la fascia dei ricercatori: persone che hanno lavorato per 25-30 anni come ricercatori, e che nel frattempo hanno continuato a produrre lavori importanti, sono diventati direttamente ordinari. C’è anche chi è andato in pensione da ricercatore, senza poter sfruttare questa opportunità.Tutto ciò non è altro che la conseguenza di una politica assurda che i vari governi hanno attuato nei confronti dell’Università: hanno “ingessato” il sistema dando delle improvvise aperture, subito richiuse, con intervalli lunghissimi per l’apertura successiva. In ogni caso in dieci anni abbiamo speso 3.472.500 € per il reclutamento e 2.075.000 € per gli avanzamenti di carriera, quindi la maggior parte dei soldi è stata spesa per il reclutamento. Nel resto d’Italia credo sia più bassa. Noi sappiamo quanto sia importante il reclutamento dei giovani, ed è per questo motivo che l’anno scorso abbiamo fatto l’impossibile per accedere al Cofinanziamento Ministeriale per i posti di ricercatori; il problema è che si deve reclutare persone che possano inserirsi in gruppi di ricerca consolidati (la ricerca individuale ormai è un po’..ottocentesca).
Inoltre c’è da considerare che lo Stato Giuridico dei ricercatori non li obbliga a tenere un corso, ma solo ad una “attività didattica” che può essere anche un laboratorio o tutorato. Ora, le Università ricorrono al reclutamento dei ricercatori per inserirli non solo nei gruppi di ricerca, ma anche nelle attività didattiche: è successo- non a Lettere, ma per esempio a Scienze- che alcuni ricercatori hanno rifiutato di tenere un corso. La ricerca è importante, ma l’Università non è il CNR: didattica e ricerca dovrebbero andare di pari passo e integrarsi a vicenda.
Parliamo ora di rappresentanze studentesche. Nello Statuto dell’Ateneo (LINK) sta scritto che, per esempio, nei Consigli di Facoltà la rappresentanza degli studenti è pari al 2 per mille: non crede che questa quota sia troppo bassa?
Non è affatto bassa. Io ho votato contro a questa norma, chiedendo che la rappresentanza studentesca, anziché essere legata al numero degli iscritti ad una facoltà, fosse legata ai corsi di laurea. Secondo me ha poco senso che la quantità di rappresentanti degli studenti sia legata ad un numero puramente teorico.
Nel nostro consiglio di facoltà attualmente quanti sono i docenti e quanti i rappresentanti degli studenti?
I docenti sono 294; i rappresentanti degli studenti teoricamente sono 8, ma nella maggior parte delle sedute si sono presentati solo in due o tre. Se in futuro si arrivasse ad aumentare la rappresentanza studentesca a 19 elementi dubito fortemente che si presenteranno sempre.
Ma non crede che ci sia una sproporzione tra docenti e rappresentanti degli studenti, considerando anche il fatto che gli uni e gli altri difendono interessi diversi?
Secondo me gli interessi non sono affatto diversi. L’obiettivo comune è quello di far funzionare l’Università nel migliore dei modi.
Però per esempio sulla protesta nei confronti della 133 le posizioni non sono state identiche…
In realtà è sul modo di protestare che le vedute non sono identiche (almeno per ora); ed è anche logico che non lo siano, perché chi ha 60 anni ragiona in modo diverso da chi ne ha 20. Resta il fatto che abbiamo un obiettivo comune, cioè il miglioramento dell’Università pubblica. L’accordo si troverà.
Quindi non crede che sarebbe più giusto che il Consiglio di Facoltà sia formato da una rappresentanza dei docenti ed una degli studenti?
No, questo non ha senso. La Facoltà è fatta dai docenti, che strutturalmente sono il corpo accademico. È il loro luogo. Gli studenti partecipano tramite una rappresentanza per far presenti le loro esigenze. Quando si parla di questioni circa lo stato giuridico o assegnazione di posti la competenza è dei docenti; quando invece si parla di didattica è chiaro che gli studenti debbano far parte della discussione e portare avanti le loro istanze. È proprio per questo che, secondo me, sarebbe meglio che i rappresentanti, anziché essere eletti tramite liste studentesche di marcata estrazione politica o legate a posizioni ideologiche, rappresentino i vari corsi di studio.
Facciamo un esempio: l’opposizione alla 270 (il nuovissimo ordinamento)…
Quello è un miglioramento notevole rispetto al 509, molto più serio. È stato esaminato in commissione paritetica- perché secondo lo Statuto le proposte di revisione devono passare da una commissione paritetica studenti-docenti- e non ha incontrato opposizione da parte del Consiglio di Facoltà. Gli studenti erano favorevolissimi.
Un’ultima domanda. Abbiamo detto che, anche se i metodi di protesta sono diversi, l’opposizione alla 133 resta un obiettivo comune: le istituzioni universitarie (Rettore, Consigli di Facoltà etc.) quali iniziative concrete hanno intenzione di intraprendere per protestare?
Intanto il Senato Accademico ha redatto dei documenti circa le varie leggi (non solo la 133, ma anche il DDL 180 e la finanziaria) che manifestano il malessere dell’Università. Si dice che c’è un impegno da parte del Governo, nei confronti della CRUI, a varare provvedimenti di alleggerimento della 133 per il prossimo anno; i rettori hanno dato credito al Ministro, annunciando che aspetteranno fino a Marzo 2009 per verificare se tali provvedimenti si concretizzeranno realmente. Se così non dovesse essere si dimetteranno, e credo che ciò comporterebbe una serie di “dimissioni a caduta” (dimettendosi i rettori dovrebbero fare altrettanto i Senati e i Consigli d’amministrazione).Vero è che, se la protesta contro la 133 accomuna tutti gli atenei d’Italia, l’impegno dell’Università di Firenze è anche quello di riuscire ad entrare nel novero di quegli atenei che spendono meno del 90% del FFO in stipendi; ma d’altronde se i tagli previsti dalla legge rimangono questo sarà impossibile. In ogni caso siamo consapevoli di dover lavorare in questa duplice direzione, e questo porta necessariamente a prese di posizione più “responsabili”- se così si può dire- piuttosto che a proteste radicali. In poche parole, sappiamo di dover trattare, sappiamo di dover fare un piano di rientro che non può non essere concordato col Ministero. E noi eravamo impegnati in questo lavoro già prima che si insediasse l’attuale Governo: a dicembre dell’anno scorso, quando era ancora in carica il Governo Prodi, in Senato Accademico avevamo approvato un documento in cui si individuavano le cause del nostro disavanzo, e avevamo intrapreso col Ministero una trattativa per creare un piano di rientro. Poi è successo quello che tutti sappiamo, il Governo Prodi è caduto, i canali politici sono cambiati e quindi si è dovuto intraprendere nuove trattative. Il Rettore passa più tempo a Roma che a Firenze.



