Dopo essere intervenuta al convegno sulle professioni dei Beni Culturali organizzato da ArcheoNews presso l’XI Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico (Paestum, Novembre 2008) con una esposizione dei possibili effetti della Legge 133/2008 sull’Università pubblica, avrei potuto continuare su quella falsariga con un articolo che aggiornava i termini della questione, che rimane comunque estremamente delicata e preoccupante. Ma ieri, nel corso di una giornata molto faticosa, ho ascoltato una notizia che mi ha allarmato e fatto riflettere sulla necessità di trovare una finestra per urlare la mia indignazione –condivisa da tutti coloro che lavorano silenziosamente nell’Università e per l’Università pubblica con onestà e dedizione- di fronte alla ormai consolidata denigrazione della classe docente da parte dei media.
Durante la riunione dell’Area didattica alla cui afferisco è stato riferito dell’aggressione fisica e verbale subita da un professore ordinario della mia facoltà durante l’ultima seduta di laurea la settimana scorsa.
Al grido di “fannulloni” rivolto alla commissione di laurea, degli energumeni che accompagnavano un laureando, tra le centinaia di trepidanti familiari festosi, si sono scagliati contro uno dei professori afferrandolo per il collo. Guarda caso, un professore che è noto -e apprezzato- per la sua mitezza, il suo garbo, la sua signorilità e capacità diplomatica, e che aveva infatti anche nell’insolito frangente tentato di calmare gli animi.
In questa nostra società dove prevale la violenza, dove in TV la (sgrammaticata) iperbole verbale e l’esposizione di carne da macello attraggono come nient’altro, dove il cinema d’importazione propina sangue e turpiloqui a fiumi, ormai l’educazione, la compostezza, l’intellettualità, sono considerati nient’altro che varianti di una deprecabile debolezza, non al passo con i nostri tempi muscolosi, siliconati, abbronzati e artificialmente capelluti. Un fatto grave come quello occorso alla seduta di laurea sarebbe stato inconcepibile sino a qualche anno fa, quando vigeva ancora il rispetto per talune forme di convivenza civile e in parlamento non si mangiava ancora platealmente la mortadella per offendere un premier emiliano uscente. Ebbene, l’aggressione subita dal mite professore a Salerno è appunto frutto del declassamento da parte dei media e di certa politica dell’intero corpo docente italiano a sanguisughe del denaro pubblico, scansafatiche, coinvolti in luridi giochi di potere e miope nepotismo. Di fronte a questa persistente campagna denigratoria quasi nessuno ha rivendicato quanto di buono vien fatto dalla maggior parte di chi lavora per la Scuola e l’Università pubblica, che spesso ha faticato per accedere nel complicato –e certamente assai imperfetto- sistema al quale non apparteneva per discendenza familiare o per tangenze erotiche .
Quasi nessuno si è fatto sentire per difendere ad esempio noi ricercatori incardinati nella facoltà di tutta Italia, molto spesso assunti, dopo un concorso che è il più difficile dei tre previsti nell’ideale sviluppo di carriera, con il fine di ricoprire insegnamenti di primaria importanza perché le cattedre sono vacanti. Infatti un ricercatore costa molto, ma molto meno di ordinario, e comunque può tenere corsi per un numero infinito di ore che non compaiono nel suo contratto, può seguire tesi da leggere e correggere ovviamente in ore che non vengono conteggiate su nessun registro, far parte di commissioni e quant’altro, anche queste 'aggratis', avere insomma tutte le responsabilità di un professore di fascia superiore, senza averne il prestigio, l’autorità e soprattutto senza avere dei vantaggi economici e tantomeno una prospettiva certa di avanzamento di carriera. E per questo che in poche righe vorrei sintetizzare una mia giornata ‘tipo’. Una giornata nella quale la mia qualifica di ricercatore (che dovrebbe in teoria corrispondere all’applicazione prevalente alla ricerca scientifica, alla pratica dello studio, della elaborazione intellettuale soprattutto scritta di quanto indagato, della partecipazione a seminari e convegni) non ha visto un minuto di studio e scrittura, bensì una serie di impegni burocratici e didattici con un ritmo sostenuto che certamente non mi pare corrispondere a quell’indolenza che Brunetta ci riconosce.
Il primo impegno di ieri era quello di incontrare una serie di volenterosi e pazienti colleghi riuniti a valutare i piani di studio degli studenti immatricolati per arginarne gli errori di compilazione, quando forse basterebbe un software per calcolare automaticamente gli errori, senza dire che forse ci vorrebbe più personale amministrativo e smettere di scaricare sui docenti questo tipo di compiti. Mi è stato chiesto quindi di chiamare uno ad uno a casa o al cellulare gli studenti per comunicargli gli errori del piano di studio. Ho provato la classica frustrazione dell’impiegata di call-center, alla quale la gente risponde con sufficienza se non con arroganza, per la quale i numeri digitati sulla tastiera e i messaggi da ripetere diventano uno svilente fatto meccanico. A questo è seguito il ricevimento degli studenti, ai quali ho dedicato due ore, sempre con la buona disposizione di aiutarli quanto possibile, soprattutto quando in fase di elaborazione di tesi e se volenterosi, per dare loro un briciolo di speranza nel depresso settore dei beni culturali e capacità di leggere il passato per capire meglio il presente. Ammetto che la gratificazione che mi dà il rapporto con i più intelligenti tra essi è uno dei motivi che mi spingono ad andare avanti. A quel punto erano le 14.00. Sono scappata alla mensa per un boccone e da lì alla riunione di area didattica, nella quale si affrontano questioni organizzative relative agli insegnamenti, alle accessioni ai corsi di studio, etc.
Una delle tantissime riunioni alle quali i docenti universitari devono partecipare: riunioni che non vengono affatto considerate nel tempo che dedichiamo al lavoro. Alle 15.40 mi sono accorta di essere in ritardo per raggiungere il centro storico di Salerno dove avevo appuntamento con gli studenti per fargli una lezione in situ nel Duomo. Mi sono precipitata affannosamente al parcheggio dove, con l’auto prestata da mio padre (visto che io e mio marito non possiamo permetterci con i nostri ‘lauti’ stipendi una seconda macchina oltre quella che usa lui) ho raggiunto il centro. Una camminata di un quarto d’ora, fatta col fiatone di una donna gravida al 6° mese, ed eccomi all’appuntamento, in leggero, non voluto, ritardo. Due ore di lezione nel Duomo, con studenti dagli occhi vivaci e attenti. Erano ormai le 18.00 passate. Dovevo correre alla ludoteca dove mio figlio, di un anno, era stato parcheggiato dalla nonna per un paio d’ore a causa di una visita medica. Trafelata e infreddolita, l’ho trovato che piangeva per il troppo chiasso dei più grandicelli. L’ho portato a fare una breve passeggiata. Alle 19.00 eravamo a casa dei miei, che ci ospitano per evitarci di tanto in tanto la trasferta giornaliera dal paese di provincia dove abitiamo. Il bagnetto, la pappa, l’arrivo di mio marito, la nostra rapida cena e...alle 21.00 era cotta come una pera. Due pagine del Il ponte sulla Vrina, celebre libro sulla multietnica ex-Jugoslavia, e le palpebre pesanti si sono definitivamente chiuse su questa giornata nella quale ho speso tante energie, ho cercato di fare il meglio che potevo per me, per i valorosi colleghi, per gli studenti, ma che di ricerca non ha visto proprio nulla. Eppure la ricerca, il desiderio di conoscere e di esplorare senza sosta la civiltà umana, è stata l’unica la ragione che mi ha spinto ad intraprendere l’accidentato percorso universitario. Ora non mi rimane che sperare nel fine settimana, quando, sottraendo tempo al sonno e alle attenzioni che dovrei a mio figlio, a mio marito, al giardinetto di casa, potrò finalmente dedicarmi a leggere e scrivere, per inseguire scadenze di pubblicazioni e tenere ormai stentatamente il passo degli impegni scientifici.
Francesca Dell’Acqua Ricercatore e docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università degli studi di Salerno; Studiosa Associata al Kunsthistorisches Institut/Max-Planck-Institut di Firenze
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I recenti tagli del DL Gelmini si sono concretizzati in questi ultimi giorni, lasciando tutti noi nello sgomento.
In breve, riassumiamo l'accaduto precisando che nella nostra facoltà sono presenti due corsi di specialistica: il Corso in Psicologia clinica dello sviluppo e delle relazioni e il Corso in Psicologia dell'organizzazione e della comunicazione.
Per il primo nessuna variazione a livello strutturale, anche perché in questo si registra una maggiore affluenza di iscritti.
Per quanto riguarda il secondo (che è quello che tutti noi abbiamo scelto sin dall'immatricolazione) abbiamo da poco appreso che dall'anno prossimo verrà soppresso!
La gravità della situazione è visibilmente quantificabile nel danno che abbiamo subito, incentrando il nostro piano di studi su questo cosiddetto "curriculum", accumulando crediti per materie d'insegnamento che appunto seguono un percorso di formazione affine alla specialistica prescelta.
Alla luce di quanto detto ci ritroviamo proiettati verso una laurea triennale che non potrà essere completata con la specialistica scelta, se non emigrando verso altre università con tutto quello che concerne.
Un'alternativa sarebbe cercare di recuperare i crediti mancanti e cercare di entrare all'unica biennale di specialistica che sarà possibile frequentare qui a Bari. In questo caso rimboccarsi le maniche potrebbe non bastare e i tempi si dilaterebbero ingabbiandoci nella rete delle segreterie, della burocrazia e della sfiducia verso le istituzioni.
Sarebbe opportuno ricordare a chi prende questo tipo di decisioni che l'istruzione non può e non deve essere trattata alla pari di un'organizzazione aziendale.
Siamo disperati, ma chi ci ascolta?