Reclamata a gran voce dal settore della scuola e della cultura, è sulla bocca di tutti: valorizzazione.
O, più semplicemente, 'prendersi cura di', 'sostenere', 'proteggere', 'migliorare la qualità di', tutte attenzioni che il Mibac (Ministero per i beni e le attività culturali) non sembra avere molta intenzione di rivolgere agli strumenti già validi ed esistenti che il sistema pubblico universitario offre. L’attacco sferrato dalla attuale finanziaria e dalla tanto vituperata legge 133 tarpa le ali a soprintendenze, competenti funzionari ministeriali, docenti scolastici e universitari, ricercatori e – perché no – la futura "materia prima": gli studenti dei corsi di laurea che si stanno gradualmente smantellando.
A sottolineare l’incuranza dell’attuale governo per scuola e università interviene il progetto di un nuovo corso di studio universitario privato, avallato a quattro mani dai ministri Gelmini e Bondi, e i cui naturali frutti - verrebbe da pensare - saranno istruzione, ricerca e cultura: e invece no.
Il principio primo è ancora una volta l’economia e la materia basilare è metodologia d’impresa applicata all’arte, visto l'ambito difficilmente eludibile dei due Ministeri.
Il sito web www.patrimoniosos.it, dedicato alla difesa dei beni culturali e ambientali, rende noti i dettagli della vicenda: nomi e futuri beneficiari dell' “occasionale” incentivo didattico.
«Arti, patrimoni e mercati», il nome scelto per il cdl che vedrà a breve la luce nell’organico della prestigiosa sede della IULM, Libera università di lingue e comunicazione. La fondazione – una delle più accreditate università private italiane – è nata nel 1968, con sede a Milano e distaccamento a Feltre, in quel di Belluno, per volere del letterato e senatore a vita Carlo Bo insieme con il francesista Silvio Federico Baridon. L’offerta formativa dell’università va verso le lingue e le pubbliche relazioni, indirizzo didattico del primo corso di studi. Aggirando inutili acrobazie linguistiche, è nel 1998 che l’acronimo IULM abbandona la vecchia dicitura, (Istituto Universitario di Lingue Moderne), per vestire i panni di quella odierna alla cui sigla si è semplicemente aggiunto il nuovo sottotitolo: senz’altro un nome assai più congruo alla missione educativa di un'università privata, volta a formare menti esperte nel campo della comunicazione, con un occhio di riguardo a quello mediatico. Tale Università non sembra avere una particolare vocazione storico-artistica, se non nei settori di letteratura e lingue straniere, pur sempre affiancati dai numerosi corsi a carattere manageriale. A rinforzare questa teoria, il fatto che delle sei branche disciplinari del cdl quattro appartengono al filone mediatico-imprenditoriale.
E’ ora dunque di farsi qualche saggia domanda.
Non risulta forse un conflitto d’interessi dalla partecipazione di ben due ministri all’inaugurazione di un cdl privato disertando invece le cerimonie per l’inizio dell’A.A. nelle tante università italiane?
Dobbiamo ritenere del tutto normale che il ministro della Pubblica istruzione dedichi le sue energie, promuova e incentivi un’università privata invece di potenziare quella pubblica?
Una scelta tutt’altro che imparziale, a fronte dei tagli economici imposti al FFO, delle sabbie mobili dei concorsi statali e della più semplice e ancor più necessaria manutenzione degli edifici scolastici pubblici, dei quali anche la puntata di Report del 19/04 scorso ha mostrato in più di un caso la inequivocabile fatiscenza.
Nel rispetto di chi ha scelto il sistema della pubblica istruzione, per investire nel progresso del proprio paese e a sua volta su sè stesso, il ministro Gelmini – che rappresenta questo sistema – dovrebbe spiegare le motivazioni che l´hanno indotta a perorare la causa di un cdl privato invece che migliorare i mezzi, gli strumenti e la qualità di quelli sistema universitario pubblico che già possiede questo genere di offerta formativa.
E viene ancora da domandarsi, che bisogno c'è di “scomodare” il privato per la formazione professionale dei futuri tutori del patrimonio storico artistico italiano, il quale, come recita la nostra costituzione, è pubblico? Il II comma dell’art. 9 della Costituzione dichiara che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione”.
In presenza di un’università statale che abbraccia gli intenti promulgati dal suddetto articolo formando storici dell’arte, archeologici, esperti della conservazione e del restauro dei beni culturali etc., quale altra garanzia della propria qualificata preparazione dovrà presentare chi usufruirà di tale formazione scientifica per vedersi affidato il compito di vigilare e tutelare sul nostro inestimabile patrimonio culturale?
Passi la libera concorrenza fra università pubblica e privata, così come per la scuola dell’obbligo – una promiscua coesistenza tanto cara al sistema educativo italiano –, ma che non si confondano ambiti disciplinari ed i ruoli che gli competono!
Disporre e curare siti ed opere d’arte di notevole valore archeologico, architettonico, artistico può essere un’azione integrata e coadiuvata da chi, come il settore privato, ha un occhio che inquadra la dimensione più concreta ed economica delle cose, cioè ammortizzando costi di gestione, risorse e quant’altro; ma quest’ultimo braccio destro non può sostituirsi alla professionalità di chi in questo settore ha un approccio scientifico-culturale.
Chi matura un bagaglio di conoscenze mirate a studiare, tutelare, divulgare, amministrare, gestire fisicamente le opere d'arte non si occuperà forse di valorizzazione a piene mani? Sorge dunque il sospetto che questo nuovo corso di laurea presso la IULM sia destinato a formare una figura speculare agli attuali esperti del settore ma, allo stesso tempo, un po’ ambigua: tra lo storico dell'arte e il mero impresario.
L’idea che si vuole promuovere è forse quella di (s)vendere o di valorizzare le nostre bellezze artistiche? Rimane da chiedersi se quest’ultimo sarà anche l’obiettivo dei futuri laureati del neo corso di laurea della IULM e se saranno quindi nostri antagonisti o collaboratori nella battaglia per la salvaguardia dei beni culturali. Perchè di questo si tratta quando gli scogli da superare si chiamano mercato nero delle opere d’arte e legalizzazione del possesso e commercio di beni così illegalmente reperiti – come annunciava nell’attuale finanziaria, l’emendamento (poi ritirato) dell’on. Carlucci edulcorato col nome “Riemersione di beni culturali in possesso di privati”.
Ciò che importa è mantenere vivo il valore, l’etica e l’identità culturale e civile che l’arte incarna e che ci appartiene nel profondo; come sani dobbiamo augurarci che rimangano i principi e le modalità per promuoverla e sostenerla nelle sue espressioni passate e future.
Ed ecco, con tali fondamentali premesse, assottigliarsi l’esigenza primaria di un timone economico nella gestione del nostro patrimonio storico artistico: ancor meno sarà questa la guida per chi sarà chiamato ad amministrarlo.
Il rischio di dare nuova forza e vigore al mondo della formazione privata, per di più al fine di munirlo di chiavi preziose come l’autorità di incidere su scelte importanti legate al Ministero dei beni culturali e alle opere d’arte italiane, è quello di giocare per prima la carta del loro valore monetario ancor prima che umanistico.
Questo progetto si configura ed è spia di un’ennesima sferzata al mondo dei beni culturali e della formazione pubblica.
Ad aggravare l’incontrastata e continua decostruzione dall’interno del Ministero dei beni culturali, che, privato delle proprie figure professionali di riferimento, si svuota del suo stesso valore, va aggiunto il pericolo che non si creino più menti che studieranno con competenze nel settore dell'arte.
Mancando un’adeguata conservazione fisica delle opere, nel rispetto del valore formale e culturale di queste, la valorizzazione dell'arte in termini turistici, economici e gestionali servirà a ben poco.
Ultimo aggiornamento (Venerdì 19 Giugno 2009 21:26)
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