È doveroso cominciare col dire che è stata una giornata bellissima. Di quelle che -alzheimer permettendo- non si scordano per il resto dei nostri giorni.
È stato bellissimo vedere migliaia di persone giunte a Piazza del Popolo (e non solo: la città intera è andata in tilt) da ogni parte d’Italia, per ricordare ai vari Emilio Fede, Bruno Vespa, Augusto Minzolini e compagnia, che c’è una fetta di popolazione italiana che, differentemente da quanto fa il 70% dei connazionali, non s’accontenta della Tv come unica fonte di informazione, ma anzi si prende la briga di comprare giornali, leggerli e, spesso, addirittura andare sul web a cercare conferme, smentite o approfondimenti a quelle notizie che Lorsignori propinano.
E ogniqualvolta fa ciò, questo esercito di farabutti prova la sgradevole sensazione
d’esser preso per i fondelli, perché scopre che buona parte della verità è stata celata. E allora sente la necessità di andare in piazza a protestare, a ricordare che la Rai è un qualcosa (teoricamente un servizio) pagato dai contribuenti. Non dai governi.
E queste persone si rendono conto che i pochi programmi che ancora non piegano la schiena dinnanzi al potere (che a detta del governo sarebbero la prova che la libertà c’è eccome) vengono in ogni modo ostacolati ed intimiditi, fino ad arrivare alle più estreme –nonché paradossali- conseguenze; come quando il direttore generale di Rai 2, Liofredi, durante la conferenza stampa di presentazione di un programma, Annozero, che va in onda sulla “sua” rete, dice esplicitamente che di quella trasmissione farebbe volentieri a meno. Forse è per questo che la stessa Rai ha fornito le troupes a quella trasmissione solo tre giorni prima del debutto (per non parlare del contratto di Travaglio, non ancora arrivato).
Senonchè quella trasmissione ha il vizio di collezionare share che sfiorano in media il 30%, e per ora la logica del profitto continua a prevalere su quella della censura. Deve essersene resa conto, la Rai, anche nei confronti di un’altra trasmissione-canaglia, quel famigerato Report che ha sempre fatto le pulci a tutti i governi che si sono alternati in questo Paese, di destra o (presunta) sinistra che fossero, e che da destra e da (presunta) sinistra ha sempre ricevuto decine di cause civili (del resto, a far causa a qualcuno, in Italia, non c’è niente da perdere, visto che se si vince si viene rimborsati e se si perde non si caccia un euro per l’aver fatto sprecare tempo invano alla giustizia). E benchè di tutte quelle cause Report non abbia mai persa una, costando quindi zero allo Stato, ugualmente il direttore generale della Rai aveva intenzione di non assicurare la tutela legale al programma; fino al 3 ottobre scorso, quando nel bel mezzo della manifestazione è giunta la buona novella, cioè che la tutela legale era finalmente arrivata.
Certo la situazione non è più come ai tempi del cosiddetto “editto bulgaro”, quando la cacciata fulminea ed istantanea di Santoro, Biagi e Luttazzi provocò (forse) un minimo di indignazione anche nell'opinione pubblica italiana, e lasciò alla destra ben pochi argomenti di giustificazione. Berlusconi ha fatto tesoro di quegli errori, ed ha capito che ad una consistente parte di quella stessa opinione pubblica è sufficiente dire che certe trasmissioni ci sono ancora per dimostrare che c'è piena libertà di stampa. Soprattutto se non c'è nessuno che racconta delle vicissitudini che le suddette trasmissioni patiscono.
Ebbene, tutta quella gente in piazza, sabato scorso, queste cose le sapeva benissimo, ma sapeva anche che ha dovuto sudare più del dovuto per venirne a conoscenza. Molto di più di quanto avrebbe dovuto sudare in un paese normale, in cui l'unico criterio per stabilire se una certa notizia va divulgata o meno è la veridicità della stessa. Mentre nel nostro paese, non a caso considerato parzialmente libero dalla Freedom House, prima di raccontare certe verità si deve necessariamente verificare che non siano scomode per qualcuno. Soprattutto per chi sta al governo.
Per giungere, di nuovo, a situazioni paradossali: se Travaglio racconta che Schifani è stato socio d'affari di alcuni signori attualmente in galera per associazione mafiosa, l'indignazione si ha non già per la notizia in sé, quanto per il fatto che il giornalista l'abbia riferita.
Ma forse ciò che spaventa di più le persone che sabato si sono sentite in dovere di scendere in piazza non è tanto la somma dei singoli casi, quanto il filo conduttore che li lega. Perchè in Italia, negli ultimi tempi (non solo durante quest'ultima legislatura berlusconiana), si sta diffondendo sempre più una concezione del giornalismo del tutto agli antipodi di quello che dovrebbe essere; l'idea che chi lavora nel servizio pubblico, per il fatto stesso di farlo, non possa avanzare nessun tipo di critica al governo di turno. Quasi che il compito del giornalista fosse quello di rassicurare gli elettori (o per lo meno una parte di essi) della validità del loro voto alle urne. Mentre la funzione dei giornalisti veri dovrebbe essere quella di raccontare per filo e per segno tutti i provvedimenti che i governanti prendono, cosicchè l'elettore possa valutarne l'operato, sulla base delle proprie convinzioni politiche, sociali e personali.
Non ci è dato sapere se questa manifestazione sortirà qualche effetto, ma sicuramente è consolante rendersi conto che non si è soli a pensarla in un certo modo. Un famoso esperimento riguardante l'influenza delle altrui opinioni sull'individuo consisteva nel far entrare un uomo in una stanza, metterlo davanti ad una lavagna in cui erano disegnate due linee, una più lunga (che chiameremo A) ed un'altra più corta (B), e chiedergli quale delle due gli sembrasse più lunga; e quando il poveretto rispondeva correttamente, subito altre dieci persone presenti nella stanza, precedentemente accordatisi, iniziavano a sostenere che in realtà la linea più lunga fosse la B. I risultati dell'esperimento dimostrarono che 8 persone su dieci cambiano idea, persuadendosi di soffrire di disturbi alla vista.
Noi siamo più o meno nella stessa situazione di chi fa da cavia a quell'esperimento; ma forse, dopo sabato 3 ottobre, stiamo riuscendo a convincere qualcuno di quei dieci nostri simili che la linea più lunga è la A. Principalmente perchè è vero. Basta guardare meglio per rendersene conto.
Ultimo aggiornamento (Venerdì 04 Dicembre 2009 08:34)
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