Intervista a Francesca Speraddio - Associazione Kulanka
Come abbiamo già detto in altri in altri articoli, vogliamo continuare la riflessione su qual è l’università che vogliamo, in modo da elaborare una proposta che democraticamente rispecchi le nostre aspirazioni accademiche, sociali e umane. In questa stregua, e credendo fermamente che l’università per essere pubblica deve avere per forza una funzione pubblica, e quindi il compito di contribuire alla risoluzione di problemi sociali, abbiamo intervistato Francesca Speraddio, membro dell’associazione Kulanka.
Francesca e altri studenti universitari, mossi dalla solidarietà, hanno deciso di condividere il proprio tempo e le proprie conoscenze con un progetto che si propone di fornire alla comunità somala di Firenze degli strumenti utili per chi migra in Italia quale la padronanza della lingua.
Un’esperienza del genere arricchisce entrambe le parti, molto più di quanto non possa farlo uno dei nostri tirocini (che più di una volta significa fornire alle compagnie private manodopera qualificata a basso costo, oppure di realizzare gratuitamente lavori inutili presso le strutture statali). Pertanto ci sembra non solo giusto, ma obbligatorio che il lavoro di Francesca e gli altri venga riconosciuto anche accademicamente, sia perché aiuta l’università a prendere atto nella pratica dei problemi fondamentali del paese, sia perché a livello personale e strettamente scientifico il guadagno è maggiore rispetto alle altre esperienze di lavoro offerte dall’Ateneo.
Ci auguriamo che l’esempio dei ragazzi del Kulanka possa stimolare lo sviluppo di lavori simili.
Chi sono i membri del vostro gruppo?
Francesca Speraddio: Siamo un gruppo eterogeneo, alcuni di noi sono vecchi partecipanti dell’Assemblea di Lettere nata nell’ambito delle mobilitazioni dello scorso autunno, più qualcuno di Scienze della Formazione, e del gruppo Cure Antifasciste.
Come è nato il progetto delle lezioni?
È nato sotto diretta richiesta degli studenti. Questo gruppo di somali venne a un’iniziativa durante le occupazioni dell’anno scorso a Lettere, iniziativa di Ya basta. Intervennero anche loro perché era un iniziativa sugli immigranti e palesarono la loro necessità di integrarsi nel mondo del lavoro attraverso la conoscenza della lingua. Alcuni componenti dell’assemblea hanno deciso di cimentarsi in questo progetto perché era in linea con le istanze dell’onda che prevedevano l’apertura dell’università all’esterno.
Che cosa è venuta fuori da questa esperienza?
Il bisogno di conoscere la lingua è primaria per queste persone, è necessario però allo stesso tempo fare un’analisi sulle loro condizioni di lavoro: hanno avuto esperienze anche con aziende rinomate quali il Quadrifoglio Spa, le quali non hanno stipulato il minimo contratto e li hanno mal retribuiti. Questa nostra esperienza è un buon osservatorio sulle condizioni degli immigrati e allo stesso tempo sulla totale assenza dello stato in queste questioni. Sono tutti somali rifugiati di guerra, quindi regolari. Pur essendo riconosciuti ufficialmente con diritto di asilo non hanno quello che la legge prevede per loro.
Qual è la partecipazione dell’Università di Firenze in questo progetto?
Salvo l’apporto degli studenti, nessuna. Ci stiamo adoprando perché l’associazione dei Somali (Onlus) sia convenzionata con l’università per un tirocinio riguardante l’insegnamento della lingua. Questo tirocinio ci sembrerebbe più opportuno e utile per gli studenti di lingue. Avrebbero la possibilità di parlare in inglese (Somalia è un’ex colonia britannica) e di sperimentare pratiche di insegnamento diretto.
Quali sono stati i passi verso questa convenzione?
Abbiamo già fatto un tentativo di stipulare la convenzione solo che c’era il problema che nello statuto dell’associazione dei somali non era presente la pratica dell’insegnamento, l’associazione non era in grado di garantire le competenze necessarie a un tirocinante.
Quali sono le prospettive per il futuro?
È stato presentato un progetto dell’associazione ONLUS che prevedrebbe finanziamenti, in parte dal comune in parte dalla regione, per il riadeguamento degli spazi dove sono i somali adesso e per la promozione di una serie di attività quale il corso di italiano e un laboratorio di informatica. Una volta ottenuti questi fondi si potrebbe pensare a stipulare effettivamente la convenzione con l’Università in modo da garantire il flusso regolare di tirocinanti. Questo costituirebbe un precedente perché dimostrerebbe che l’università è aperta alle problematiche sociali e di integrazione e mette a disposizione le sue competenze.
Quali sono i requisiti necessari per stipulare la convenzione tra università e l’onlus?
Sono la presenza all’interno dello statuto dell’Associazione onlus dell’attività di insegnamento della lingua o di altre discipline. Questo permette all’associazione di essere garante di competenze utili all’esperienza formativa dei tirocinanti.
Quali sono i vostri contatti con altre associazioni, come per esempio il centro delle culture, che svolgono attività simili?
Abbiamo avuto dei contatti con gli Anelli mancanti alcuni dei quali ci hanno fornito consigli e informazioni in generale. Per il resto lavoriamo in maniera completamente autonoma cercando di portare avanti l’idea che si può aiutare queste persone anche senza avere associazioni precostituite alle spalle.
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