Sono ben altre le fonti giornalistiche, che, nonostante i tempi duri, ci tengono informati sulle sempre precarie e allarmanti condizioni del nostro ricco ed unico patrimonio culturale italiano.
E quindi una premessa: la forza e la logica delle parole qui spese intende semplicemente affermare che almeno una parte delle giovani coscienze di questo paese intende porre attenzione e dichiarare l’amore per il nostro territorio e per una cultura del rispetto che lo tuteli non soltanto sulla carta.
I corsi di laurea italiani in Scienze, Conservazione e Diagnostica dei Beni Culturali, pongono in primo piano l’importanza e l’imprescindibilità di un’organica gestione del sistema statale di tutela: una precisa e cosciente ramificazione delle varie competenze per amministrare e proteggere il nostro vastissimo patrimonio storico,artistico, paesaggistico. La storia dell’arte italiana - unita alla irripetibile morfologia dei suoi scenari naturali - è ambasciatrice della nostra cultura nel mondo ed è una delle preziose punte di diamante della ricerca scientifica. A loro volta, i musei che costellano la penisola, assumono il ruolo di Istituzioni volte a preservare, tramandare e collegare un’esperienza antropologicamente ricca quale l’intreccio di storia, tradizione ed arti locali. L’articolo 9 della Costituzione e il Codice “Urbani” dei B.C. 2004 sono il punto d’arrivo della legislazione italiana in merito ai beni culturali. Una lenta evoluzione del complesso bagaglio disciplinare connesso alla Tutela e compiuto sotto l’egida delle istituzioni.
Ma se in quest’ambito la parola d’ordine è organizzazione e coordinazione degli Enti preposti alla salvaguardia, qual è la logica del puzzle di ddl regionali di cui si andrà componendo il prossimo Piano Casa?
Il nostro invidiato sistema di tutela predispone una chiara ripartizione piramidale di ruoli e competenze dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali fino alle singole Soprintendenze Regionali. Il prossimo piano casa vedrà la luce con un approccio diametralmente opposto: un anarchico susseguirsi di disegni di legge regionali - in via di approvazione o già approvati dalle varie Giunte (fra gli ultimi, quello varato dalla giunta sarda del neo Presidente della Regione Ugo Cappellacci )- redatti prima di stilare la normativa nazionale in materia. E’ chiara l’importanza di diversificare localmente le varie tipologie d’intervento volte a valorizzare, preservare e migliorare la qualità e fruizione del nostro territorio, ma sono le stesse identiche finalità a richiedere preventivamente una legge statale che diriga il lavoro delle sue arterie regionali. In ballo vi è l’integrità delle operazioni conservative perché non vengano stravolte in nome di interessi, spesso prettamente economici o personali, che poco hanno a che fare con una corretta gestione della cosa pubblica.
Un lucido preavviso della situazione in cui ci troviamo lo aveva dato Salvatore Settis in un articolo di Repubblica del 2 Settembre scorso (Il piano casa e le leggi regionali). Il Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa metteva in allarme sulle spregiudicate libertà d’azione di alcune leggi regionali a cui è stato dato il via, senza distinzione di colore politico, una volta saltato il dl nazionale del 1 Aprile 2009.
E così, quando Settis sottolineava l’assurdo provvedimento umbro che consente –in odor di mattone - di abbattere gli uliveti, uno dei tanti cuori paesaggistici del nostro bel paese, era ben lungi da esser proposta la legge sarda che sdoganerà migliaia di metri cubi di cemento a Villasimius a pochi metri dalle coste di una delle belle ed incontaminate zone del nostro Mediterraneo. La discutibilissima qualità dei progetti edilizi di siffatti piani regionali è curiosamente in linea con l’altrettanta nutrita percentuale di cemento garantita dal piano casa del ddl presentato dal deputato di maggioranza Pili. Provvedimento a cui sembrava si fosse naturalmente accodato il piano casa ligure (prima versione) che autorizzava l’incremento del tessuto edilizio fino ad un massimo del 30% ed in maniera indiscriminata, in città come nel paesaggio incontaminato. Gli ultimi sviluppi, promossi dal sindaco di Genova Marta Vincenzi, sembrano convergere verso il rispetto del territorio ancora vergine,oltre che permettere di edificare ex novo solo in proporzione ad un equivalente mole architettonica da demolire.
Un piano altrettanto spregiudicato risulta l’ampliamento delle stazioni di energia eolica in Sardegna, i cui impianti sono previsti a ridosso delle coste, con l’inevitabile sofferenza del territorio circostante, che pesantemente denaturato, penalizzerebbe la fruizione turistica del territorio, fra le importanti risorse culturali ed economiche della regione. Il provvedimento sardo indica in modo esemplare l’idea di valorizzazione del paesaggio italiano che appartiene all’attuale governo, che sottolinea la prioritaria necessità per il paese di non fermare la macchina finanziaria ed i suoi investimenti, connessi alle speculazioni edilizie, anche a discapito di una corretta integrazione con l’ambiente circostante. Il governo in carica ha impostato un piano di rilancio che sembra essere esclusivamente economico e non di salvaguardia o riqualifica ambientale vera; lo si evince dal titolo con cui si apre il fascicolo della proposta di legge del deputato Pili: “Interventi straordinari e strategici per il rilancio dell’economia e la riqualificazione energetico - ambientale del patrimonio edilizio”. A ben vedere, l’asso nella manica è la ripresa del settore costruzioni, legittimata portando in palmo di mano l’esigenza di modernizzare gli attuali e futuri immobili con nuovi materiali isolanti per incentivare il risparmio energetico (pag. 3 della bozza del ddl Pili). Una legge che dona così un profumo ecologico all’unico patrimonio che fin’ora l’esecutivo ha deciso di riconoscere e sostenere –l’edilizio – ma che ad esempio non ha ancora sdoganato l’uso dei pannelli solari o le illuminazioni pubbliche utilizzando luci LED anziché comuni lampade, come il lungimirante comune di Torraca, nel Cilento. Né il riconoscimento internazionale alla fruttuosa iniziativa (riportata da The Economist) né l’incisivo -60% del consumo energetico del suddetto comune sono serviti per promuovere una legge nazionale in tal senso. In maniera disomogenea, e quindi poco incisiva sull’intero stivale, altri comuni si stanno piano piano adeguando alla pregevole iniziativa. L’Italia è un parco di testimonianze storiche, artistiche e culturali uniche al mondo, che paradisi artificiali come Dubai cercano plasticamente di ricreare, per lo meno nel solo valore estetico.
Il resto d’Europa, coscientemente, mette mano al proprio passato per conservarlo, innovarlo e comunicarlo al proprio presente: dai siti archeologici al rinnovamento museale. Mentre l’italiana proposta di legge Pili insinua con sibillino burocratichese la possibilità di metter mano ad edifici di carattere storico (come recita il comma 3c dell’art.1) con “interventi di recupero della volumetria di edifici, la cui presenza costituisce un fattore di grave e protratto degrado del paesaggio e dell'ambiente circostanti aventi carattere di particolare pregio”. Purtroppo la legge omette di chiarire quali caratteri definiscano fatiscenti i suddetti edifici ed in base a quali criteri siano definiti tali. Alla luce di un Codice dei Beni Culturali 2004, tutt’ora in vigore, si tiene conto delle parti che vincolano qualsiasi azione sugli immobili di interesse storico, artistico e architettonico? Affianco al piano casa non dovrebbe mancare una politica del Mibac rivolta ad un piano musei o un piano di restauro e ancor prima di tutela e prevenzione dei nostri edifici, piazze e monumenti storici. E’ un allarme rivolto ai pesanti tagli economici che stanno interessando con forza il comparto Beni Culturali che difficilmente potrà monitorare la salvaguardia del suo variegato patrimonio. Chi sta indirizzando verso questo settore la sua preparazione professionale soffre del mancato riconoscimento italiano alla Cultura: uno dei valori umani che meglio ci ha permesso, come nazione, di distinguerci nel corso dei secoli. Si unisce a questa preoccupazione, l’impropria presenza di figure che, a livello nazionale, occupano incarichi ufficiali relativi al Ministero per i Beni e le Attività Culturali senza averne alcuna competenza in materia a cominciare da chi detiene questo ministero.
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